Lo scorso anno Edgar Reitz, autore di Heimat, ha ricevuto la Berlinale Kamera come riconoscimento a una carriera che ha ridefinito il racconto del tempo e della memoria al cinema. A 92 anni, il regista tedesco torna con Leibniz – Chronicle of a Lost Painting, film filosofico che mette in scena Gottfried Wilhelm Leibniz davanti a una pittrice incaricata di ritrarlo per Sofia Carlotta di Prussia.
Affiancato dal giovane regista Anatol Schuster, Reitz usa questo incontro immaginario per riflettere sulla verità delle immagini e sul senso stesso del fare cinema. Li abbiamo incontrati a Berlino.
Reitz:
Leibniz si è posto una domanda centrale anche per il cinema: cosa è vero e cosa è falso? Oggi viviamo sommersi da immagini manipolate, soprattutto quelle dei cellulari. Sono immagini senza verità. In passato la finzione esisteva comunque, ma l’autore era costretto a rivelarsi attraverso il proprio sguardo. L’arte trovava lì la sua verità.
Reitz:
Il personaggio è inventato, ma Leibniz aveva un rapporto paritario con le donne, che lo ascoltavano con attenzione, a differenza degli uomini del suo tempo. Sofia Carlotta lo ha sempre sostenuto. Una controparte femminile rendeva il dialogo più aperto.
Schuster:
Il film è ambientato in un’unica stanza, costruita appositamente. L’abbiamo riempita di oggetti e lasciata vivere da attori e troupe. In questo contesto controllato, ogni imprevisto – come una farfalla entrata sul set – acquistava una forza speciale.
Reitz:
Anche l’emù che compare nel film rappresenta una forma di vita che il pensiero umano non può comprendere fino in fondo.
Reitz:
Siamo partiti dai suoi scritti ma abbiamo creato una lingua di finzione, più accessibile, senza imitare il tedesco barocco. Il lavoro con Gert Heidenreich è stato fondamentale.
Reitz:
Della sua vita privata sappiamo poco. Per questo il lavoro con Edgar Selge è stato decisivo: un lungo confronto per trovare l’essere umano dietro il filosofo.
Reitz:
Un artista non va mai in pensione. Ho iniziato a 18 anni e continuerò finché avrò forza. Berlino è il luogo giusto per questo film.
Schuster:
Lavorare con Reitz è stato come condividere la fascinazione che i personaggi provano per Leibniz. Ho cercato di servire il suo pensiero.