Chiunque guardi alla bellezza come a una virtù, dovrebbe conoscerne anche le ombre. Quando l’estetica diventa sigillo, ci si fa custodi di un grave peso, detrattore di vita in cambio di volti. Così la vita di Björn Andrésen: l’attore modello che il 25 ottobre 2025 si spegne, lasciando un’eredità afrodisiaca in grazia ai mortali.
Di sangue svedese, coltiva la sua infanzia nel Nord degli dèi, dove si ritrova subito a fare i conti con la morte: da bambino perde il padre e a soli dieci anni anche la madre si toglie la vita, lasciando un figlio di nessuno a girovagare per i boschi scandinavi. Il piccolo Andrésen conosce la fama grazie a Visconti, che, impetuosamente colpito dal suo fascino, lo scrittura per Morte a Venezia. Il film, ispirato dall’omonimo romanzo di Thomas Mann, segue il percorso di un uomo ossessionato dalla bellezza, che trova idealizzata nel ragazzino di cui si fa interprete Andrésen: Tadzio.
Morte a Venezia appare su scala mondiale nel 1971: questa data segna un punto cardine nella vita di Björn Andrésen, che prenderà una piega contorta e inseguita dal suo stesso demone. Il giovane Tadzio diventa un’icona mondiale; l’eleganza fisica, l’innocenza, la profondità dei suoi tratti incantano Visconti, che del giovane canta pubblicamente le lodi. Da ogni dove si sentono voci sulla bellezza di Andrésen, il cui androgino volto comincia ad essere associato alla “Venere” di Botticelli. Comincia a nascere una tensione quasi pulsionale nei confronti della sua figura: proprio come Gustav in Morte a Venezia viene rapito dalla bellezza di Tadzio, anche le masse travolgono Andrésen tentando di possederlo. Il ragazzino, infatti, viene presto preso per omosessuale: la femminilità dei suoi movimenti e l’intensità con la quale Gustav lo guarda nel film non possono che esserne la prova.
Il peso mortale della bellezza colpisce Andrésen con prepotenza, tanto che sarà costretto a smentire le miriadi di voci andate creandosi intorno alla sua figura. Dichiarerà anche che aveva provato un profondo senso di disagio nel frequentare, assieme a Visconti, un locale gay, che il regista era solito visitare. «Se Visconti fosse ancora vivo, gli direi di andare al diavolo», esordisce Andresén nel 2021, a sfogo di quella maledizione passata che lo riporta ancora in viottoli di follia e perversione, in cui la figura mediatica si scambia irrimediabilmente con quella reale (come a vivere perpetuamente il girone infernale di Perfect Blue).
Il valore estetico di Andrésen non si ferma qui. Il giovane modello, infatti, pur allontanandosi per qualche tempo dal cinema, rimarrà sotto i riflettori per tutta la vita. In Giappone costruisce una carriera come cantante: le sue esibizioni verranno notate da Riyoko Ikeda, che a lui si ispira per la realizzazione dell’androgina Lady Oscar, simbolo di raffinata eleganza e portamento quasi oltreumano. Il resto della sua vita Andrésen lo passa a fuggire dall’immagine che, inconsapevolmente, si è cucito addosso: rifiuta decine di ruoli, dedicandosi principalmente alla musica. Nonostante ciò, non mancano episodi di appropriazione indebita delle sue fotografie, come quello della scrittrice femminista Germaine Greer, che pensa bene di usare una foto di Andrésen per coronare la copertina del suo nuovo libro.
Il cinema continua a rappresentare una fonte di brutti ricordi per Andrésen, ma, nonostante ciò, l’uomo non abbandona la sua seconda natura attoriale: lavora infatti, nell’ultima fase della sua vita, con Ari Aster per Midsommar: Il villaggio dei dannati, in cui l’eleganza del giovane cede il posto alla follia della vecchiaia. Per finire, ironia della sorte, girerà nel 2021 un docu-film a nome Il ragazzo più bello del mondo, in occasione del cinquantesimo della pellicola di Visconti. Quattro anni dopo, muore nello stesso posto che l’ha concepito, Stoccolma.
Quella di Andrésen assomiglia alla tragica e sorvolabile storia di un piccolo semidio: dal Valhalla svedese si sveglia un figlio di Afrodite, che, messo piede nel mondo, non può che offrire il suo dono in pasto ai mortali. La bellezza che la madre aveva infuso come dono divino al piccolo Andrésen viene razziata, violentata dal mondo moderno. Il cinema lo preda come un cacciatore: Visconti, ammaliato dalle forme e dalle movenze di questo ragazzo stellare, ne fa subito un fenomeno di massa.
In questo mondo la bellezza non può che avere vita breve: nascere, esplodere e finire per cancellarsi. Andrésen, con il suo viso delicato e il suo sguardo penetrante, non accetta più di farsi travolgere dal successo e dalle malelingue che lo circondano. Fugge, cerca fortuna per altri mari; assediato costantemente dalla sua fama, non può fare nulla se non continuare a correre, all’infinito. Dovunque, lo assillano i demoni della sua bellezza, che da elezione divina si è tramutata in forza demoniaca, feroce e ingannevole, ammaliante come una femme fatale.
Non a caso i greci videro una virtù morale nella fisicità delle forme: la bellezza, come l’ingegno, è un dono divino, e come tale va trattato con cura e rispetto, perché alla minima distrazione il privilegio può divenire condanna, e da questa non ci si potrà curare. La virtù ha bisogno di un corpo forte, dedito alla passione e agli dèi. Andrésen, troppo piccolo e puro al tempo, ignorava il suo dono malefico, e senza troppe domande si fece trascinare sul set da Visconti. Ma questa scelta fu la sua rovina: la sua bellezza divenne infiammabile, pericolosa. Una fiamma inestinguibile che si espanse a macchia d’olio, bruciando e contagiando chiunque le si parasse davanti.
La vita di Björn Andrésen si spegne così, immortalandolo come “il ragazzo più bello del mondo”, il modello ideale di Visconti, Lady Oscar. La poetessa Suzanna Roman, sua ex-moglie, ne canta le gesta con dei poemi. Una vita che brucia non di ricordi, ma di figure disseminate lungo la strada, malgrado fosse, proprio come la nostra, quella di un uomo imperfetto e mortale.
Un altro elemento che torna spesso nel tuo cinema è il suicidio. Penso naturalmente a La vies des morts ma anche a Re e regine, dove Ivan diceva: “non è facile essere il suicida di qualcuno”. Carlotta stessa è in un certo senso una suicida che decide di resuscitare. Cosa rappresenta per te l’idea della morte autoimposta? O si tratta più in generale della possibilità di decidere della propria esistenza?
Innanzitutto è una cosa legata a dei motivi personali; è uno dei miei più grandi timori perché sono stato costretto ad affrontare il suicidio da giovane nella mia famiglia. È una vertigine, un atto profondamente comprensibile perché in fondo non c’è nulla di più umano che suicidarsi ma è anche un gesto opaco, perchè nessuno sa mai il perché si commette. Trovo molto cinematografico questo mistero che caratterizza il suicidio e mi interessa perché in quel momento il personaggio può dire “mi fermo qui”, rivelando paradossalmente se stesso attraverso il gesto più enigmatico che ci sia. Questa mescolanza di luce e ombra mi ossessiona, come la dialettica molto complicata tra estrema libertà e sua assenza totale. La persona che si suicida crede di scegliere, anche se è ovvio che quando si è davvero liberi si sceglie la vita e mai la morte: è perché si è schiavi di qualcosa che ci si suicida. L’altro aspetto che mi ossessiona è il senso di colpa di chi resta senza poter spiegarsi i motivi di questo gesto. Dunque si mescolano estrema libertà e estremo senso di colpa. Tutto questo ha a che fare con la possibilità di decidere della propria esistenza. Una fantasia che ho sempre avuto è quella di sparire, di lasciare tutto e di reinventarmi. Questo tema ritorna più volte nel film e mi piace definirlo con l’espressione americana “the Second Chance”, cioè l’idea che ci si possa reinventare. Carlotta lo vive in modo estremo sparendo, andando in India, drogandosi, fino a quando ritorna dicendo: “sono una nuova persona, ma resto sempre la stessa”. Succede però anche a Ismaël e Sylvia, nel loro incontro un po’ à la Woody Allen. Ismaël è vedovo da vent’anni, vive come un barbone, ha tutti i difetti del mondo; Sylvia invece è stata in disparte, non ha osato vivere fino in fondo; non sono più giovani, non si tratta certo del primo amore, ma è, appunto, la loro seconda possibilità. Uno dei temi molto forti del mio film è proprio l’ode a questa second chance.